Le buche sulle strade di Roma si sono generosamente moltiplicate dopo l’ondata di maltempo dell’ultimo scorcio febbraio. In un tragico conteggio di pneumatici dilaniati e semiassi offesi, se ne sono aperte di nuove, le già aperte si sono diventate più larghe e profonde, e soprattutto sono riapparse quelle più o meno recentemente riparate, chirurgicamente scontornate proprio lungo la frastagliata linea di rattoppo.
Tra le decine di migliaia di crateri, al centro come in periferia, questi ultimi sono i più interessanti: l’asfalto posticcio, mai ridotto completamente al livello di quello più vecchio intorno, auto-additandosi come quando si dice “io”, insomma con il potere di astrazione di un segno, pare si denunci come bersaglio privilegiato all’azione dell’acqua e del ghiaccio che a breve ripristineranno la sua identità di buca per qualche tempo sospesa. Il rapporto tra la superficie stradale e la profondità dello squarcio è già tutto in questo precario pronunciare la parola “io”, in questa sua capacità di declamarsi “io” anche quando stanno cercando di renderlo innocuo, di farlo sparire.
Profondità e superficie, verticale ed orizzontale. L’artista cinese Liu Bolin espone le fotografie delle sue performance al Vittoriano (The invisible man, fino al primo luglio 2018). In esse camuffa sé stesso o altri in modo da mimetizzarsi quasi completamente con sfondi reali variamente scelti: il Colosseo, gli scaffali di un negozio, la platea di un teatro, i barconi macilenti utilizzati nelle traversate dei migranti, ecc.. Ecco, egli, come le buche, è “quasi” invisibile; questa “quasi” invisibilità però, questa trasparenza di cui si scorgono appena i contorni, è proprio questa che al contrario dice “io”, che cerca di ricavarsi un varco, seppure precario, alla profondità da un’infinita superficie piatta. In qualsiasi momento, lo sappiamo, Liu Bolin può destarsi dalla sua fissità ed andarsene.[Continua]